martedì 6 marzo 2007


Ieri pomeriggio sono entrato da quell'ingresso. Il solito. Striscioni di protesta del sindacato o qualcosa del genere. Non ho mai l'interesse per cercare di capire quale sia la causa delle proteste. Commissariamento? L'atrio è cambiato già da qualche anno, e non ne riconosco l'odore da tempo (buon segno). Diciamo che è stato sostituito dalla puzza delle focaccine scaldate nel bar. L'ascensore è come sempre una chimera, e ogni volta bisogna fermarsi a ogni piano: è anche moderatamente stretto, per cui hai il tempo e la vicinanza necessaria per carpire drammi e fantasmi negli occhi del vicino. Starà andando a trovare un suo parente appena operato? Oppure va a ritirare un esito e tra qualche secondo la sua vita sarà un'altra cosa? Una signora pallida e con ampie occhiaie ha gli occhi lucidi e il marito, almeno credo sia il marito, ha l'aria sfinita ed eloquente di chi non ha più parole. Fortunatamente non ci sono bimbi. In un ascensore simile, dall'altra parte dell'edificio, nel settembre 1998, il pomeriggio prima dell'intervento incontrai il vice del primario: con aria sorridente e incuriosita mi chiese se ero pronto e io dissi di sì. Non sapeva che arrivavo dal terrazzo e avevo appena scrutato lo skyline di Milano come mai prima avevo fatto: un po' come se quella madonnina e quella torre velasca stessero per sparire per sempre. Nulla era più sicuro, neanche i muri e i mattoni. Quel chirurgo con la faccia da antico romano non sapeva nemmeno che il suo capo, che sarebbe diventato di lì a poco il detentore della mia vita, qualche ora dopo mi avrebbe spalancato le porte del terrore, facendo vacillare la mia sicurezza e il mio spirito spavaldo, mettendomi semplicemente al corrente del milione di possibili complicanze pronte dietro l'angolo. Mi disse che, in pratica, si faceva un patto: io avrei collaborato e loro sarebbero stati sinceri con me. Un patto di reciproca e costruttiva fiducia: il segnale convenuto sarebbe stato un pollice a mo' di ok. Arrivò il momento del pollice. E arrivò il momento di riderci su. Anche ieri ci abbiamo sorriso sopra: l'ex detentore della mia vita e, soprattutto, l'angelo argentino che fu il tramite tra il mio corpo e la sua salvezza. L'angelo negli anni ha preso le sembianze di un'amica di vecchia data: una di quelle amiche che non vedi spesso ma che nei momenti del vero bisogno sono sempre disponibili. E sentire la voce di quel grande uomo che con timida naturalezza si dice contento di vedermi vale più di un abbraccio.

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